Cavoletto di Bruxelles

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Spilluccare senza sensi di colpa...
Aggiornato: 35 min 39 sec fa

Cake integrale con ceci e alghe

Lun, 26/07/2010 - 09:55

Ho scoperto una nuova categoria di ‘cibo amico’! In realtà questa categoria l’avevo sotto il naso da tempo solo che non so perché non mi ci ero mai soffermata, si tratta dei cakes comme des pains del libro sui cakes maison di Ilona Chovancova, sfogliato mille volte eppure mai che avessi fatto una ricetta da quella breve sezione lì dedicata ai cake da usare in tutto e per tutto come se fossero dei pani. In realtà proprio dei pani non sono: più densi e più ricchi, contengono uova e yogurt e olio e sono lievitati al bicarbonato, sono però ottimi da affettare e usare come pane per panini, crostini e quel che si vuole :-) Allora siccome io volevo un superpane supernutriente e pieno di solo cose buone, ne ho inventato uno mio, che da qualche giorno accompagna colazioni, insalate e zuppe fredde e di cui sono davvero molto molto contenta :-) insomma, un finto pane tuttofare, buono e sopratutto molto molto pieno di cose buone per voi :-))

Cake integrale con ceci e alghe

farina integrale 150 g
farina di segale integrale 150 g
uova 3
yoghurt magro naturale 12 cl
acqua o latte 13 cl
olio d’oliva 7 cl
ceci lessati 200 g
misto fiocchi di alghe essicate 4 cucchiai (ho usato il misto oceano dell’Algheria :-)
semi di sesamo 2 cucchiai
lievito per dolci non zuccherato 1 bustina
sale & pepe

Sbattere le uova con lo yoghurt, il latte e l’olio. Aggiungere le farine, il lievito, i ceci, le alghe, condire con sale e pepe e mescolare bene. Versare il composto in una teglia da plumcake sui 25cm e cospargere la superficie con i semi di sesamo. Infornare a 180° C per circa 45 minuti o finché il cake è gonfio è asciutto. Io lo conservo al frigo e, già affettato (con un quadrotto di carta forno fra una fetta e l’altra), al congelatore, in modo che basta tirarne fuori una fetta e lasciarla scongelare quando serve :-)

Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.

Categorie: A tavola

Velouté glacé aux carottes

Mar, 20/07/2010 - 13:29

La buona notizia è che ho quasi finito il famigerato libro (fra esattamente sette giorni dev’essere tutto chiuso, finito e buono da stampare – delle volte che a qualcuno questa notizia possa interessare, comunque prima o poi magari vi racconterò qualcosa del making off), la cattiva è che ho ancora mezza dozzina di altre cose da fare prima di andare in ferie, incluso il remake del viaggio in Savoia di due anni fa (tranne che stavolta non si tratta di macarons…). Nel mentre sbircio disperatamente alla colonnina di mercurio che non sembra aver molto voglia di tornare a indicare dei livelli di caldo che fossero anche vivibili sicché, francamente, al momento mi diverto poco e cucino ancora di meno (e mi spiace per quelli che vivono in montagna e che la sera dormono con il piumone leggero e che tutto sommato vorebbero che si cucinasse un po’ di più – hanno tutta la mia invidia :-). Insomma, rien de neuf sous le soleil – et c’est bien le cas de le dire. Questo detto, l’altro giorno l’abbiamo fatta fresca e dolce, oggi invece la facciamo fresca e salata…


Zuppa fredda di carota, cumino e yoghurt
, the ricetta: Sbucciare mezzo kg di carote, tagliarle a pezzetti, sistemarli in un pentolino e coprire a filo con dell’acqua. Aggiungere un cucchiaino scarso di semi di cuino mezzo cucchiaino di semi di coriandolo, tre fili di zafferano, e lasciar cuocere il tutto per un 10-15 minuti finché le carote non caranno morbide. Frullare, salare e pepare e lasciar raffreddare. Quando la zuppa sarà fredda, aggiungere 3dl di yoghurt magro naturale, e allungate se serve con poca acqua in modo da rendere la zuppa bevibile al bicchiere. Aggiustare il condimento e tenere al fresco per diverse ore prima di servire.
Categorie: A tavola

Caffè leccese (più o meno)

Mar, 13/07/2010 - 08:13

Grmpf. Vabbe’, fatemelo dire un’ultima volta va: fa caaaaaaaldoooooo! Troppo!! (avvoglia di Pulcocitron…) Insomma, credo siamo tutti d’accordo sul fatto che questo qui è decisamente il peggior periodo dell’anno per le cose cucinesche in genere, anzi, se non fosse per il libro (quasi finitooooooo :-) qua missà che metterei l’intera cucina sotto chiave e frequenterei solo più il blender butandoci dentro, a casaccio, frutta, verdura e yoghurt (e voilà, la cena è pronta! :-)… Ciò detto, ogni tanto qualche mezzo sprazzo di ‘voglia di cucinare’ torna a galla (per sbaglio evidentement, se no non me lo spiego :-), e siccome qualche tempo fa ero rimasta intrigata da quella usanza leccese di aggiungere del latte di mandorla nel caffè (cosa che fra l’altro non ho mai provata in loco, uhps?! :-), è finita un’alba di domenica che provassi a farci qualcosa. Ora, a parte che questo non è nemmeno esattamente il miglior periodo per giocare con gelatine e agaragar (perché qualsiasi uso abitudinario di questi geleificanti viene sballato dal caldo ambiente, per dire), come piccola cosa dolce e fresca da fine pasto questa cosa qui (che è semplicemente caffé e latte di mandorla geleificato :-) non ci sta male… :-)

la non ricetta, per 2: Misurare 4dl di latte di mandorla (io ho usato quello, pugliese, eheh, di Maglio), aggiungere 3g di agaragar in polvere, mescolare e portare a ebollizione. Lasciar sobbollire per 10 secondi, spegnere e passare il liquido al blender per 10 secondi. Lasciar riposare poi versare in degli stampini di silicone a poco meno della metà. Riporre in frigorifero finché non si sia rappreso e conservare il resto di latte di mandorla a temperatura ambiente (tanto con sto caldo mica si rapprende). Preparare 4 tazzine di caffe (non c’è bisogno di zuccherarlo poiché è il latte di mandorle che serve ad addolcira il caffè, anche se qui ovviamente c’è molto più latte di mandorla, in proporzione, rispetto a quello che andrebbe versato nel caffè pugliese originale), misurare il volume di liquido, aggiungere 1 g di agar agar in polvere a 100ml di caffè, portare a ebollizione in un pentolino, mantenere l’ebolizione per 10 secondi, spegnere. Quando sarà rappreso il primo strato di latte di mandorla, passare gli stampini al congelatore per 10 minuti, e versare infine uno strato di caffè (che dev’essere a temperatura ambiente). Riporre in frigo, aspettare che si solidifichi, poi ripassare al congelatore e rempire infine gli stampini con il latte di mandorla avanzato. Lasciar solidificare tutto, ripassare un momento al congelatore per poter sformarli più facilmente e servire freddissimi…

Categorie: A tavola

La festa del cavolo: i vincitori!

Ven, 09/07/2010 - 07:39

Eccoqua, habemus vincitori!! :-) Intanto grazie a tutti di aver partecipato, pirsonalmente di pirsona è stato un sacco divertente e bello vedere le mie ricette nelle vostre cucine, le vostre reinterpretazioni e sopratutto la vostra creatività! (dovremmo farle più spesso queste cose!! :-) Insomma, ce n’erano davvero di tutti i tipi sicché se un giorno non avete altro da fare in ufficio :-P vi consiglierei caldamente di girarveli un po’ tutti i link dei partecipanti… Ovvvvvviamente, come al solito, procedere ai giri di eliminazione successivi per poi tenerne solo 20 è stata una sofferenza atrooooceeee, però al finale, con Davide, siamo felici del nostro spiedino di partecipazioni vincenti (e potete vederele cliccando sui nomi dei vincitori…). L’estrazione dei premi poi, avrei voluta affidarla a Olive ma significava sballargli la dieta con 20 biscottini in una volta sola, sicché beh, l’ho fatta io :-D (con 20 pezzettini portando ognuno un numero – quello del relativo comment, e senza guardare, vi lascio immaginare la scena :-D). In ogni caso, eccoqua i premi assegnati ai vincitori che se li sono, direi, ampiamente meritati… E con la fine della fiera del Cavolo – magari fatevi un paio di salsicce grigliate in terrazza stasera, no, dico, per finire degnamente la braderie dell’inizio estate… – direi che non ci resta che, euh… iniziare le vacanze??!! (ma magaaaari! ;-)

ps. messaggio ai vincitori: mi mandate gentilmente una mail con i vostri recapiti per la consegna del premio??? Grazieeee!!! :-)

il kit alghe dell’ L’Algheria.
246 Jul’s kitchen

Il kit 2 magliette Altriluoghi
281 Ilaria Falorsi

2 pentole e 2 padelle Aeternum Bialetti
277 Chiara e Alessandro

una Magnum di Franciacorta Cuvèe Prestige Ca’ del Bosco
178 Apest

Una copia di Ibleide, ed. Cibele
278 Marialuisa Firpo (per ascoltare, incollare questo indirizzo nel browser: files.me.com/marialuisafirpo/lx6j9i.mp3 )

Una stampa fotografica di Davide Dutto
126 Alessia

5 salami crudi gentili d’la Granda della salumeria Dho
233 La sardina

Il pacco Garofalo DOC (Delizie di Onesta Cucina)
252 Pallina

6 tazzine da caffè Illy firmate Almodovar
158 Marta

il blender KitchenAid® Artisan® rosso papavero
301 Tilia

La cocotte Le Creuset, colore rosso, 26 cm di diametro
274 Olivia

Un assortimento di biscottini Loison
175 Serena

Il kit cioccolato Maglio
276 Stella

Il kit farine del Mulino Marino
236 Sonia

6 bottiglie di SP68 (strada provinciale 68) dell’Azienda Agricola Occhipinti
297 Gabriella Grizzuti

Una cena per due persone con il Menù della Tradizione Piemontese dello chef Flavio Ghigo presso il ristorante Le Antiche Volte, a Palazzo Righini
254 Twee

6 bottiglie di olio extravergine Pianogrillo, Particella 34 cru 50 cl
224 Daniel

3 bottiglie di Barolo Bric del Fiasc 2006 di Paolo Scavino
269 Laura

Il kit prodotti siciliani di Scià
229 Semidipapavero

Una stampa di una mia foto tratta dal Libro del cavolo
253 FrancescaBianca

Categorie: A tavola

Pizza, fichi & anatra

Ven, 02/07/2010 - 10:43

Arriva un po’ come i cavoli a merenda questa pizza, vero, ma a mia discolpa va detto che da quando l’ho fatta (in una piovosa serata di fine giugno…), di botto siamo passati al clima subsahariano e in queste condizioni, in effetti, mi rendo conto, suggerire un qualche cosa che si cuoce al forno, beh, è mero masochismo. Ciò detto, bah, consideratelo un post-it per quando le temperature ambienti saranno praticabili, o ispiratevi del condimento per fare un’insalata, o sostituite la base pizza con una pitta araba pronta (a condizioni meteorologiche estreme rimedi estremi :-) o pensate ‘pizza grigliata‘ e piazzate l’uomo di casa davanti al barbeque in compagnia di un paio di birre ghiacciate e una folta schiera di panetti lievitati, insomma, arrangiatevi – e comunque sia ben chiaro, io non vi ho mai detto di accendere il forno! :-)

La ricetta: per la base pizza vado abbastanza a occhio, usando grosso modo 400 g di farina, mezzo cubetto di lievito di birra, un paio di cucchiai di olio d’oliva, sale, zucchero e acqua kubbì, impastare il tutto e cercare di tenere l’impasto leggermente colloso, cioè piuttosto umido. Poi, una volta lievitata la pasta, dividerla in 4 o 6 pezzetti (per fare delle piccole pizze, oppure due se le fate grandi quanto la teglia del forno), spolverare di farina e stenderle a mano. Spalmare le pizzette con poca ricotta vaccina fresca condita con poco olio, sale, pepe macinato e timo fresco, aggiungere qualche dadino di mozzarella e infornare fino a quando la pizza non inizi a dorarsi. Sfornare, ricoprire il tutto con un paio di manciate di rucola, degli spichietti di fico (e per ora quelli laziali danno solo una lontana idea di quel che saranno i fichi calabresi di agosto, un motivo in più per conservarvi la ricetta fino a ferragosto :), delle fettine di petto di anatra affumicato (o di speck, se proprio non sapete dove trovare l’anatra… – nb, se la tagliate da voi pensate ad affilare il coltello prima :-), scagliette di parmigiano e, in finis, un’idea di aceto balsamico tradizionale (in questo caso, di Reggio Emilia, anzi, queste gocce a qualcuno dovrebbe ricordare qualcosa… ;-). Fine. Tagliare e mangiare! :-)
Categorie: A tavola

Insalata di gamberoni, avocado e mango

Lun, 28/06/2010 - 07:15

Una delle domande (anzi, già che ci penso, se ne avete altre, se volete potete scriverle qui) che spesso tornano, negli incontri o le interviste – insieme a ‘ma chi la mangia tutta sta roba?’, ma a quello credo di aver ormai abbondantemente risposto :-) – è ‘ma qual è il tuo cibo preferito’? E solitamente rispondo che non ce l’ho un cibo preferito, ed è la verità: insomma il mio cibo preferito cambia con i giorni, gli umori, le stagioni, i mood, il colore delle foglie sugli alberi, gli equinossi, il sapore del vento e la migrazione delle oche selvatiche, che ne so… Beh ecco, tanto per essere perfettamente coerente, volevo annunciare che la cosa più buona al mondo (o almeno almeno la cosa più buona al mondo di questi ultimi 5 giorni :-) sono i gamberoni saltati con burro aglio e peperoncino. Yep, proprio così.
Ovviamente come al solito, dietro a questi gamberoni ci sono robe di proustiana memoria : caso vuole che mia nonna preparasse una insalata di langoustines proprio procedendo in questo modo, e che comunque in linea di massima, la sua essendo una cucina bruxellese, le carni (e i crostacei :) li cuoceva in padella con burro (pardon, beurre de ferme), aglio e una giusta dosi di pepe nero, e che questi ingredienti messi insieme springionano un aromino molto preciso e molto inequivocabilmente associato alla sua casa, esattamente come la cioccolata calda o il tè al gelsomino, tutte cose di cui ho già avuto modo di parlare per estesissimo in episodi precedenti. E poi non so nemmeno se la cosa più deliziosa sono stati i gamberoni stessi o semplicemente il fatto di aver casualmente cucinato una cosa che mi riportasse in altri tempi… A meno che non fosse l’insalatina per intera, insieme croccante, morbida, dolce, fresca, acidula e piccantina, per niente noiosa, esattamente come dovrebbero essere, almeno per me, sempre… :-)

ps. aoooo! vi rimangono esattamente due giorni per mandarmi la vostra partecipazione alla festa del cavoloooo!!!! :-)))

Insalata di gamberoni con avocado e mango, the ricetta: Sgusciare 4 gamberoni a persona, eliminare il budello dorsale e farlo saltare per pochi minuti in padella con una noce di burro, una piccola presa di peperoncino macinato grossolanamente e un’idea di aglio finemente tritata. Preparare le insalate disponendo su ogni piatto una manciata di spinacini freschi, delle fettine sottili di avocado e mango (quando li tagliate versateci qualche goccia di limone), e di cipolla rossa dolce. Aggiungere i gamberoni. Finire con un filo di succo di arancia, un cucchiaino di olio di sesamo, un po’ di sale e, volendo, pochissimo peperoncino.
Categorie: A tavola

Clafoutis fraises citron basilic

Lun, 21/06/2010 - 09:27

p i c c o l o r e m i n d e r
per chi vuole, vi rimane fino al 30 di questo mese per partecipare al nostro concorso/lotteria della Festa del cavolo. Info e premi qui. Ricordo velocemente i principi:
1. realizzate, con il mezzo che volete (foto, disegno, illustrazione, video, come vi pare) una vostra interpretazione di una qualsiasi ricetta del libro del cavolo
2. citate, nel testo che accompagna la vostra partecipazione, il titolo della ricetta originale, il post del bando concorso, e se serve spiegate quali variazioni avete fatto subire alla ricetta di partenza (o scriveteci quel che volete, anche :-)
3. pubblicate la vostra opera in rete: per chi non può appoggiarsi su un blog, raccommando moltissimo e caldissimamente di usare flickr (chi vuole invece usare facebook si ricordi di chiedermi l’amicizia che sennò non potrò vedere ciò che avete pubblicato)
4. segnalateci la vostra partecipazione incollandone il link nei comment al post del bando
5. … e aspettate saggiamente fino al 8 luglio per i risultati :-)

Si, ma sto clafoutis? Beh ecco, ogni anno, almeno una volta l’anno, e tendenzialmente quando fa caldo e che la voglia di cucinare e ai minimi sindacali, si osserva ormai sistematicamente questa penosa scena in cui apro il frigo, mi trovo naso a naso con una intera confezione di fragole che grida aiuto, chiudo il frigorifero inorridita, verifico di aver chiuso bene (vedimai, non so cosa dovrei aspettarmi dalla fragola mumificata II la vendetta, temo nulla di buono), e corro a scervellarmi per 1) salvare il pianeta faccendo in modo di non sprecare inutilmente le sue risorse 2) levarmi di dosso l’incombente senso di colpa (vaglielo a spiegare a sanpietro poi che si in effetti, si, un giorno hai comperato e poi buttata intatta un intero chilo di fragole) 3) capire in che salsa cucinarle ’ste fragole, e possibilmente prima che non sia troppo tardi, ovvero, schneeeellllll!!!! :-) Bene, altre volte dallo stesso esercizio ci son venute fuori delle marmellate, torte e piccoli crumble, di sto giro invece siamo al clafoutis, che devo dire che in quanto dolce estivo ha decisamente il suo perché: prendete una crostata alla frutta, togliete la sua crosta 100% pur beurre de ferme – seeh – e vi resta… il ripieno, il che ci fa en passant, è matematico, un dolce due volte meno calorico. Furrrrbo! :-) Per dare all’insieme però un po’ di senso, ci ho aggiunto un paio di cosette profumate, così, tanto per… :-)

Clafoutis con fragole, limone e basilico, la ricetta: con la frusta, mescolare 4 uova, 300 g di latte, 80 g di farina di mandorle, 80 g di zucchero, 50 g di farina, la buccia grattuggiata di un limone bio e un cucchiaino di estratto di vaniglia. Imburrare una teglia da forno, sistemarci una generosa dosi di fragole lavate e tagliate a metà (sul mezzo kg, io preferisco abbondare :-), aggiungere 5-6 foglioline di basilico tritate finemente, mescolare, poi versare la pastella. Infornare a 180° per circa mezz’ora. Lasciar raffreddare completamente prima di servire.

Categorie: A tavola

Insalata di asparagi e patate novelle

Mar, 15/06/2010 - 09:27

Escluso ovviamente i poveri autori di volumi culinari che ci sono costretti, ma chi ce l’ha la voglia di cucinare di questi (torridi) tempi? Insomma, dovere a parte, ultimamente le preparazioni per cena tendono a essere più che sbrigative, sicché più che un post questo sarebbe un appunto alla sciuésciué (però in fondo quelle superveloci sono forse le ricette che preferisco :-P)
Dunque, qui abbiamo un po’ di patatine novelle lavate e cotte al vapore per una decina scarsa di minuti (tagliando a metà quelle un pochino più grandi e lasciando intere le patate nane), un po’ di asparagi, cotti al vapore pure loro, per 2 minuti, poi rinfrescati subito sotto l’acqua fredda. E poi condimento sfuso tra capperi, buccia di limone grattugiata, fleur de sel, pepe nero e olio evo. Proprio a esagerare aggiungeteci una mozzarellina di bufala ma di quelle buone e, hop, avete una cena :-)

Categorie: A tavola

Una frittatina coreana? :-)

Gio, 10/06/2010 - 09:48

Secondomeee, una delle cose verdi e comestibili da noi più misconosciute sono… il verde dei cipollotti. Che tendiamo a buttare via (tzak! pattumiera!), conservando solo la parte bianca dei cipollotti (anzi delle volte i commercianti addirittura questo lavoretto lo fanno per voi, anche se non ho mai capita se lo fanno per estrema solerzia o semplicemente per nascondervi che la parte verde ormai bella e appasita era?). Resta che c’è una parte del mondo in cui si fa praticamente l’esatto opposto, insomma, in Asia in generale, il cippollotto (che poi non è esattamente precisamente identico al nostro ma passiamo :-), sottilmente affettato, è un po’ il prezzemolo di turno, e lo si ritrova un po’ ovunque a finizione dei piatti (e sta daddio su qualsiasi cosa, aggiungendo un lieve tocco fresco, croccante e sottilmente piccante). Quindi già da un po’ il cipollotto a casa mia non manca quasi mai, e solitamente la parte che più faccio fatica a consumare è quella bianca. Ciò detto, per chi non fosse del tutto convinto dei sublimi poteri gastronomici del cipollotto fresco – e che si ritrova quindi di tanto in tanto a cestinare quel bel mazzetto di verde – oggi ricettina coreana superfacile, perfetta anche per limitare lo spreco :-) Questo pancake (pare che il genere sia molto gettonato in Corea, non solo con i cipollotti ma un po’ con qualsiasi cosa, molto popolare per esempio la versione con aggiunta di gamberi), lo faccio da un bel po’ secondo la ricetta di David Lebovitz, anche se a livello di ricetta le varianti sono tante (ne ho letto molte in cui l’uovo si mescola direttamente con la pastella, e in effetti quando ho mangiato questa cosa qui in un ristorantino coreano in giappone era piuttosto diversa da quella che faccio a casa, but, hey, who cares? :-)), insomma questa versione qui mi è sempre piaciuta e ormai la faccio a occhio :-)

Come si fa? lavare un mazzettino di verde di cipollotti e tagliare a pezzettini di 5cm. Scaldare, in una padella antiaderente, 2 cucchiai di olio di sesamo, aggiungere il verde, e lasciar cuocere mescolando per due minuti finché inizi ad appassire. Aggiungere due cucchiai di salsa di soia, lasciar evaporare. In una ciotola mescolare 70g di farina con 125g di acqua e versare questa pastella nella padella, sui cipollotti. Condire con una buona presa di shishimi o peperoncino in polvere, e io qui aggiungo anche un cucchiaio di semini di sesamo nero. Lasciar cuocere per 5-6 minuti a fiamma alta fino a quando i bordi della cosa non inizino a essere ben dorati. A quel punto, sbattere un uovo grande e versarlo sulla superficie del pancake. Continuare a cuocere e quando ormai anche l’uovo si è rappreso, girare tutto quanto il pancake e lasciar cuocere l’altro lato (lo diceva già Lebovitz nel suo post e sottoscrivo: anch’io preferisco questo pancake ben cotto, insomma, quasi quasi al limite del bruciato :-)). E basta. Far scivolare la frittatina fuori dalla padella, lasciarla intiepidire e tagliarla a spicchi. Ottimo con un’insalata fresca croccantina :-)

Categorie: A tavola

La festa del Cavolo

Mar, 08/06/2010 - 08:18

Per colloro che fossero afflitti da una qualche forma acute di distrazione, oggi piccolo recapitolativo: L’anno scorso a ottobre è uscito il libro del cavolo e siccome ormai siamo alla soglia dell’estate (vacances j’oublie tout e via dicendo), si può dire che siamo praticamente giunti alla fine dell’anno ‘academico’ (del cavolo, of course :-). E stato un anno in cui è successo di tutto e di più, fra birrerie capitoline e luoghi fashion milanesi, piazzette lagunare con spritz e polpette e gitine trippaiole nel Gran Ducato (quando mi dicono Gran Ducato io penso sempre al Lussemburgo ma sembrerebbe che i fiorentini ci tengono :-), en vrac, montagne di copie, quantità di scatolette, dediche, incontri, viaggi, visi, sorprese piccole e grandi, insomma, quasi che fosse venuto il momento di fare un po’ il punto su tutta quanta l’esperienza, e, in qualche modo, di chiudere dignitosamente l’avventura del libro del cavolo. Così, forse per colpa della recente full immersion nelle campagne belghe, tutto questo mi ha fatto pensare a ciò che si fa, prima dell’estate, a chiusura della stagione primaverile, nei paesini belghi. Ovvero: la braderie. Che è sostanzialmente una grande festa di paese, una specie di sagra se volete, in cui tutti passano almeno un paio di ore al giorno sulle panchine disposte sulla piazza centrale, a sbevazzare, mangiucchiare (o assistere al concorso del più grande mangiatore di… qualunque sia la specialità locale). Il vero punto forte di queste feste di paese è però, come probabilmente ovunque nel mondo: la loteria (la tombola, il pozzo di sant’antonio o come lo volete chiamare…). E così, a parte che organizzare una grande grigliata virtuale era un pochino complicato, mi è venuta voglia di chiudere quest’anno con un po’ di gioioso disordine e una festa di piazza, pozzo di Sant’Antonio incluso… :-)

Per completare il tutto, e perché una festa senza sconti non è una festa, Cibele propone, da oggi e fino al 8 luglio, 15% di sconto sul libro del cavolo acquistato in rete, sul sito Cibele

Intanto, piccola rassegna della farandole di ricchi premi e cotillons che vi ho diligentemente raccolti presso aziende e produttori amici (i queli già da adesso ringrazio calorosamente per aver aderito al volo alla mia ennesima idea del cavolo… :-), più giù poi vi spiego come potrete partecipare al sorteggio (perché stavolta non solo vi tocca cucinare, poi facciamo anche l’estrazione a caso :-P)

Un kit di alghe ovvero tutto l’occorente per poter finalmente cucinare giapponese a casa (aaaahhh!!!! :-), dal nori all’agar in polvere passando per il wakame e il kombu, il tutto confezionato in scatoletta di legno e in provenienza da la referenza in materia di alghe in rete, L’Algheria.

Per travestirvi da cavoletta en vadrouille, un kit di 2 magliette artiginale ’speziate’ per lui & lei, in cotone biologico, realizzate a mano in Italia, firmate Altriluoghi, con scritte da scegliere a piacere fra zafferano, cardamomo e vaniglia…

Rifatevi il parco pentole, in rosso, con 2 pentole e 2 padelle Aeternum Bialetti a rivestimento ceramica (per cui sono candidamente bianche dentro – folle no?!! – e resistente ai graffi, abrasioni e alle alte temperature :-)

Per brindare con i strafiocchi a quel che volete, una Magnum di Franciacorta Cuvèe Prestige (Chardonnay 75%, Pinot Bianco 10%, Pinot Nero 15%), mandataci da Ca’ del Bosco

Dove la pietra è la misura della terra, limata dai venti africani, stanno gli olivi.
Dove mani e scale sono la misura della fatica, stanno le olive.
Dove fuoco e pietra sono la misura del tempo, stanno gli uomini e le donne.
Dove i profumi e i colori sono la misura del gusto, sta l’olio

Una copia di Ibleide, ed. Cibele, in kit con un assaggio di olio d’oliva Pianogrillo, protagonista del libro.

Una stampa fotografica di Davide Dutto, Isole Eolee (Lipari), foto 20×30cm con pass 30×40 su carta fine art bamboo, firmata.

Un pacco di n.5 salami crudi gentili d’la Granda, artigianali e piemontesi offerti dalla salumeria Dho (modestamente, la mia salumeria preferita in as-so-lu-to :-P)

Un pacco Garofalo DOC (Delizie di Onesta Cucina), contenente, oltre un’assortimenti di pasta Garogalo (please, try the ziti! ;-) una composizione di diversi prodotti campani tutti da scoprire: la cicerchia dai Campi Flegrei e i ceci di Cicerale, i pomodorini delle colline di Gragnano e il pomodoro Miracolo di San Gennaro; un peperoncino secco coltivato a Controne, l’olio monocultivar cilentano Carpellese, il Fagiolo Formella, e un (utilissimo) coltello in ceramica firmato Garofalo.

Dalla Illy art collection 2009, una collezione di 6 tazzine da caffè firmate Almodovar (decorate da collage di immagini e colori che ripercorre la carriera artistica di Almodóvar attraverso sei tra i suoi più noti lungometraggi: Mujeres al borde de un ataque de nervios, Atame!, Tacones lejanos, La flor de mi secreto, La mala educación e Volver), offerta da Illy.

Non ve lo presento più: l’unico, il mitico, l’irrenunciabile… blender KitchenAid® Artisan® rosso papavero che tutti vi invidieranno (e faranno bene. e ho detto tutto :-)

La leggendaria e irristibilisisma cocotte francese di ghisa, spesso imitata e mai uguagliata (e ce l’aveva persino mia nonna :-), non saprei se più bella o funzionale o viceversa: la cocotte Le Creuset, colore rosso, 26 cm di diametro. Il miglior amico del vostro boeuf bourguignon! :-)

Un assortimento di biscottini Loison, fra cui le canestrelle che sono quei biscotti di cui è meglio che io mi tenga alla larga (rischio strage, hum :-)

Un kit cioccolato Maglio, cioccolateria artigianale pugliese dal 1875, contenente un assortimento estivo: latte di mandorla, 3 vasetti di confettura, gelatine di frutta, una scatola di pasticceria finissima legno, un astuccio Dolci Frutti, e un Scatola Warhol con un assortimento di prodotti cioccolato Maglio. Enjoy! (e provate i dolci frutti che sono uva passa greca infusa nell’Aleatico del Salice Salentino e ricoperta di cioccolato, uno sturbo :-P)

The ultimate kit per il perfetto piccolo panificatore contenente le seguente farine: integrale macina, buratto, sfarinato di grano duro 100 % senatore cappelli, sette effe, 0 bio, farro bianco, sapori antichi, enkir, segale integrale, grano saraceno, mais biancoperla, mais giallo fine e un pezzettino di lievito madre (mancano solo le manine per impastare :-). Il tutto arriva nientepopodimeno dall’eccellente Mulino Marino, sponsor ufficiale del pane fatto in casa cavoletto :-) (per info sulle farine specifiche vedete qui)

6 bottiglie di SP68 (strada provinciale 68), nero d’avola e frappato, dell’Azienda Agricola Occhipinti e gentilmente mandatoci dall’irresistibile e biodinamicissima Donna Arianna (cfr p 138 del libro ;-)

Una cena per due persone con il Menù della Tradizione Piemontese dello chef Flavio Ghigo (come, chi è?? :-) presso il ristorante Le Antiche Volte, a Palazzo Righini, Fossano (CN), così potrete assaggiare anche il latte in piedi in VO e avrete anche una buona scusa per andare a vedere uno dei pezzettini del Piemonte che più mi piacciono :-)

6 bottiglie di olio extravergine Pianogrillo, Particella 34 cru 50 cl (così per le insalate, i primi d’autore e le mousse al cioccolato stravaganti sarete apposto per i prossimi 12 mesi :-)

3 bottiglie di Barolo Bric del Fiasc 2006 di Paolo Scavino. A proposito del Bric del Fiasc: Da questo vigneto, dal Fiasco, comincia la storia moderna della famiglia Scavino. Qui le uve di Nebbiolo erano sempre le migliori: così nel 1978 il giovane Enrico convince papà Paolo a vinificarle da sole. È nato così il primo cru, ancora oggi il più amato. L’austero ed affascinante re di casa Scavino…

Tutti i sapori della Sicilia in un pacco solo: 2 bottiglie d’olio evo, 1 vasetto di capperi, 1 vasetto olive nocellara in acqua e sale, 1 vasetto di salsa di ciliegino, 1 busta di mandorla val di noto, 1 bustina Origano, 1 busta di Timo, 1 busta di Salvia, 1 busta di Rosmarino, 1 busta di Alloro, 1 busta di Peperoncino, 1 busta di Finocchietto, 1 busta di Conditutto, il tutto firmato Scià (che sarebbe l’abbreviato di Sciatu, ‘fiato dell’anima’, tutto un programma… :-)

Una stampa di una mia foto tratta dal Libro del cavolo (trattasi delle madeleines a p.63), foto 20×30cm con pass 30×40 su carta fine art bamboo, firmata. Così poi potrete pensarmi anche quando non sarete al computer :-)))

Come partecipare?

Facileeeeee!! :-)) In sostanza funziona cosi: vi chiedo di fare una vostra reinterpretazione di una, qualsiasi, ricetta presa nel Libro del cavolo, liberamente, cioè prendete dal libro la ricetta che volete, rifatela tale quale o capovolgetela come più vi pare, fatene una foto, un disegno, un’illustrazione, una video, quel che vi pare, siate creativi (e se cambiate elementi sostanziali magari spiegatelo in qualche modo), e pubblicate il tutto in rete, dove volete voi, ovvero: sul vostro blog, su quello di vostra nonna, sul vostro forum preferito, oppure, opzione raccomandatissima, su flickr (ci vogliono 30 secondi per registrarsi è vi può sempre servire come album foto :-), insomma, ovunque troviate una manciata di kilobytes liberi per collocarci la vostra opera e mandateci il link alla vostra partecipazione nei comment a questo post, entro il 30 giugno mezzanotte. (nb. per chi pensava di usare Facebook: badate che se io non sono fra i vostri contatti non potrò accedere al materiale che avete pubblicato…)
Vi chiediamo semplicemente che la vostra creazione fosse nuova, che ci fosse solo una partecipazione a persona, e di riportare nel post che pubblicherete il titolo della ricetta e un link a questa pagina qui del bando. E basta. Fra il 1 e il 7 luglio Davide Dutto and myself sceglieremo le 20 partecipazioni che più ci piacciono (per le solite motivazioni assolutamente imprevedibili ovvero creatività, umorismo, affinità culinaria e chi sa cos’altro ancora). Infine una mano innocente (euh, vabbe’…) sorteggerà i 20 premi fra i 20 vincitori, i quali verranno annunciati l’8 luglio e riceveranno poi a casa il premio che sarà stato associato casualmente al loro nome. Tutto chiaro? Pronti??!! Via!!… :-))

Categorie: A tavola

La glace au speculoos

Ven, 04/06/2010 - 09:00

Vabbene dai l’ultima e poi la smetto di scocciare con le robe belghe :-) C’era quindi una volta lo speculoos… biscotto tradizionale de noantri, croccantino grazie allo zucchero cassonade e profumato di cannella, che nella sua variante artigianale o commerciale (lotus sinon rien) ha visto crescere generazioni e generazioni di bimbi belgi. Lo speculoos è, da noi, tipico della festa di San Nicola, anzi, ne è quasi il sinonimo, come vi spiegavo tanto tempo fa, e spesso e volentieri i biscottini rappresentano proprio San Nicola. Lo speculoos però non è esattamente nato l’altro ieri, come lo attesta inanzitutto il suo nome, di origine fra l’altro contestata: c’è chi dice che speculoos venga dal latino species, ’spezie’, ma c’è anche chi lo dà come derivato di speculum, ’specchio’ – e visto che il biscotto raffigura quasi sempre dei personaggio, può esse’ anche questo – o addiritura di speculator, cioè vescovo – e san nicola essendo un vescovo… – insomma, in quanto a interpretazioni c’è l’imbarazzo della scelta. Per quanto ne riguarda invece l’origine: sembrerebbe che l’usanza dei biscotti dedicati ai dei fosse in uso già dai romani, la variante odierna invece sembra che sia nata nel XVIIesimo secolo, quando in Belgio e in Ollanda sono nate le compagnie delle Indie grazie alle quali sono iniziate ad arrivare le spezie dalle nostre parti.

In ogni caso, pian pianino lo speculoos ha iniziato a diffondersi ben oltre alla festa dell’inizo di dicembre: si è immischiato nei caffé, presentandosi sempre più spesso, imballato individualmente, insieme al caffè (in alternativa al napolitain di cioccolato), poi sono apparsi gli speculoos al cioccolato, gli speculoos integrali e quelli biologici e infine, punto culminante della storia del geniale biscottino, lo speculoos si è trasformato in pasta, conquistando in pochissimo tempo un posto di riguardo sugli scaffali delle dispense belghe (accanto alla Kwatta, il cioccolato spalmabile Cote d’Or, il sirop de Liège e il miele Meli… ) Lo speculoos spalmabile fra parentesi, come accennavo l’altro giorno, è nato due anni fa, in seguito a un concorso per inventori sulla tivvù fiamminga, in cui il primo premio sarebbe stato prodotto per davvero – e fra l’altro sono due anni che ci si ride addosso al fatto che l’apice della genialità belga dell’ultimo decennio sia rappresentata da un barattolo di roba spalmabile :-). In ogni caso, lo speculoos è diventato nel mentre e a tutti gli effetti un cibo bandiera, emblematico del Belgio (e giustamente: è una di quelle cose che si trovano solo da noi e che in Belgio viene largamente consumato a nord come a sud, senza distinzione di età, di lingua o di appartenenza sociale – un po’ come i chocotoff in fondo :-) Insomma, da quando gli chefffs di ogni dove sono tornati a coltivare il proprio orto e a riconsiderare gli ingredienti nazionali, anche lo speculoos sempre più spesso si ritrova in ricette creative su sfondo di belgitudine, un po’ come il tiramisù italiano o i sablés bretoni al burro… Insomma, so’ mode :-) Siccome però già in tempi non sospetti – dieci anni fa? – ricordo di aver assaggiato, in un caldo pomeriggio anversese, per la prima volta in vita mia (capire: se prima c’era era decisamente ben nascosto :-), il gelato allo speculoos e siccome non l’avevo proprio mai fatto prima, eccoloqua :-) Gelato allo speculoos

latte 35cl
panna fresca 15cl
tuorli 6
speculoos 140g
zucchero 110g

Versare il latte e la panna in un pentolino e aggiungere metà dello zucchero. Portare a ebollizione. Nel mentre sbattere i tuorli con l’altra metà dello zucchero.
Versare il latte caldo a filo sui tuorli, mescolando bene, poi riversare il tutto nel pentolino e scaldare, mescolando continuamente con un cucchiaio di legno, senza far bollire assolutamente (in sostanza state faccendo una crema inglese, se per disgrazia la fate bollire vi ritroverete con delle uova strapazzate, poi non dire che non vi ho avvertito :-). Frullare finemente 40g di speculoos e incorporarli nella crema finale. Lasciar raffreddare e conservare al fresco per una notte. L’indomani, versare la crema inglese allo speculoos nella gelatiera, accenderla, e quando il gelato inizierà a rapprendersi, aggiungere i 100g di speculoos rimanenti, grossolanamente frullati.

Note: There is a print link embedded within this post, please visit this post to print it.

Categorie: A tavola

Bruxelles & BonBon

Mar, 01/06/2010 - 08:58

Vabbe che io da mmo’ che son tornata (via firenze via milano marittima, don’t ask :-) ed è pure vero che sono allergica al parlare di cose ormai belle e passate però due – ma proprio due – appuntini su Bruxelles non potevo risparmiarvele :-) Perché ecco, il vero dramma degli expats è che quelli se ne van via e mentre se la spassano altrove la loro città continua a vivere, crescere, evolvere, quasi come se niente fosse (mavva’? :-). Quindi, sono stata a Bruxelles davvero per poco ma in quel poco ho trovato mille cambiamenti (in meglio) e novità, cosi, giusto per integrare altre cose scritte su Bruxelles l’anno scorso, lascio un velocissimo appunto a uso dei futuri visitatori…

En vrac: beh intanto gli italici di passaggio a Bruxelles – specie se la sosta è lunga :-) – non possono non conoscere La Piola, la libreria enoteca dove fra l’altro abbiamo presentato, con La vita è belga, il Libro del cavolo. Non lo dico manco per scambio di buone procedure: quello è davvero un isolotto di pura italianità in mezzo alla belgitudine, insomma, se La Piola fosse stata in Italia penso che sarebbe rigorosamente identica, in più le iniziative sono tante (per dire, sto ancora rosicando per essermi persa il concertino improvvistao, solo e unplugged, di GianMaria Testa… :-), la passione pure, insomma, posto consigliatissimo :-)

Poi, nuovo indirizzo da aggiungere al carnet dei fissati con la cucina: International Home of Cooking, un negozio tutto dedicato alla cucina con oggetti e accessori decisamente seri (diciamo che è il pendant serioso di Dille & Camille, ecco :-), fra cui spicca un nutrito assortimento di libri e più o meno tutto ciò che serve per la lavorazione del fondente (sapete, quella pasta di zucchero colorata che serve per la decorazione delle torte all’ammmericana? :-), centralissimo, a 100m dalla Mort Subite (il quale, ho scoperto ‘mo, era anche uno dei due caffè preferiti di Jacques Brel…?!), insomma, posto interessante, dove vendono persino dei tagliabiscotti a forma di manneken pis (no, non sono ancora arrivata a questo punto, non l’ho comprato ;-).

E poi… Bonbon. Anche qua, c’è da sentirsi spaesati (cioè quando si è uno o una che si ‘occupa’ di cibo e si rende poi conto che non ha assolutamente più la minima idea delle tendenze e novità culinarie nel proprio paese, hum). Insomma, sono stata a pranzo in questo ristorantino conunastellamichelin che si trova a Uccle e, dovesse mai capitare l’occasione, vi raccommando caldamente l’esperienza. BonBon ha una sala piccolina, saranno si e no 30 posti (forse anche meno) e la sensazion è quella di stare in un salottino foderato di velluto, ma senza la sensazione opprimente che tali salottini in genere distillano. Qui tutto è luminoso e morbido, leggero e rassicurante, insomma, si sta bene (e forse in fondo questa qui, dell’atmosfera, è la parte più difficile da ‘azzeccare’ in un ristorante) e il menu (del mercato, impro, o folie, noi abbiamo scelto il menu Impro…) riesce a protrarre esattamente le stesse sensazioni. In sostanza quella di BonBon è una cucina creativa, con radici belghe mai trascurate e uno sguardo, libero e curioso, verso fuori: le materie prime vengono in gran parte dal belgio, dal mare del nord e dalla non troppo lontana Bretagna, e di piatto in piatto gli accenti si modulano, e navigano fra mediterraneo, asia (appena un accenno), francia, e, ovviamente, belgio. Insomma, Christophe Hardiquest, il giovane chef, è curioso, gioca, si diverte, e lo fa con una mano leggera e piuttosto felice sicché l’insieme è raffinato, comunicativo, gentile, e molto gradevole. Tutto ciò che un’esperienza al ristorante dovrebbe essere :-)

Un paio di piatti? Oltre alla menzione speciale per il burro e il pane decisamente deliziosi (si, lo so, io non faccio testo, sono stata privata troppo a lungo… ;-), e un paio di amuse bouches molto carini fra cui spiccava la mousse di foie gras con crumble di caffè e puré di piselli, qui sotto abbiamo nell’ordine di apparizione: gli asparagi bianchi di Malines in tema Mare del Nord (piccolo esercizio da equilibrista che tocca gentilmente le Fiandre, la Bretagna e l’oriente, con appunto gli asparagi, associati alle crevettes sotto forma di crackers, un crumble di grano saraceno e l’alga wakame, molto fine e intelligente e il tutto in finis, quasi miracolosamente, risveglia, almeno per i belgi, dei souvenir di ‘casa’… :-); il rouget snacké con chorizo e risotto alla bouillabaisse, un piatto che da solo fa il giro di un po’ tutto quanto il mediterraneo, semplice, solare e armonioso, l’unica cosa è che ‘noio’ italici avevamo un pochino da ridire sulla consistenza del piccolo risotto ma, sissà, sono punti di vista :-) Poi, Turbot sauvage aux asperges, fèves des mers et aioli all’ail des ourses, pesce ma-gni-fi-co, aioli leggero e profumoso (e gira che ti rigira sto aglio orsino ci perseguita :-) e infine l’agneau allaiton de l’Aveyron – lo stesso che cucina anche Michel Bras e che per ora in Belgio servono solo qui – con una crema di aglio e sesamo, melanzane e pousses de moutarde (che sono delle verdure molto molto simili a quelle che ho trovate in Giappone e che non si riusciva a identificare). Anche qui, agnello strepitoosooo, ancora a ribadire ciò che dovrebbe stare al centro di ogni cucina: la fissazione totale sulla qualità delle materie prima…

Infine, dolci e controdolci, e poi una bella chiacchierata con lo chef, che è come la sua cucina, preciso, decisamente appassionato, con le idee chiare, mai sbilanciato :-) E poi, voglio dire, come non voler bene a uno chef belga che vi dice che lui la pasta di Gragnano se la mangia nature, condita con giusto un filo d’olio d’oliva buono? :-) Insomma, se capitate a Bruxelles e che dopo tre giorni di moules frites volete cambiare un po’ registro, eccoqua l’indirizzo :-) ps. Christophe partecipa anche a quella gran figata che dev’essere Culinaria, dal 3 al 6 giugno, se avete la fortuna di essere da quelle parti, andate a sbirciare, il programma sembra proprio interessante :-)

Categorie: A tavola

Vous prendrez bien un p’tit plat belge? :-)

Mer, 26/05/2010 - 11:23

Siccome tutto questo girovagare per le campagne di casa cavoletto vi avrà, forse, fatto venire un petit creux, oggi piccola raccolta di cose varie ed eventuali cucinate negli ultimi giorni (io nel mentre mi sono ritrasferita su lidi a voi più noti :-). Si inizia con un momumento di belgitude di cui non mi era mai capitato di parlare qui: L’américain préparé. Trattasi di un battuto di carne di manzo cruda (il quale, nature, si chiama filet américain) che va poi condito (e cosi diventa américain préparé, anche se spesso i due termini sono intercambiabili). Da noi molto popolare, sia nei ristoranti che nelle paninoteche (si usa anche come ripieno dei panini), in ogni caso, non è una cosa da mangiare ovunque, poiché com’è ovvio la carne dev’essere ottima e l’insieme freschissimo. (ps per colloro che avessero già iniziato a storcere il naso, faccio notare che questo piatto non è sostanzialmente diverso dalla battuta di fassone che tanto va da queste parti – e che fra l’altro è anche ottima :-)

Américain préparé, per 3: tritare al coltello un 450g di filetto di manzo (presa dal macellaio, se è un blancbleubelge è meglio ma non insisto :-), e condire con, alla rinfusa, un cucchiaio di capperi dissalati e tritati, un cipollotto fresco tritato finisismo, un tuorlo crudo, due gocce di tabasco, un cucchiaio scarsissimo di worcestershiresauce, un cucchiaino di maionnese, fior di sale e pepe nero macinato. Mescolare energicamente il tutto, e servire con patatine fritte, qualche cetriolino sott’aceto e, volendo, un tuorlo crudo (qui di quaglia, poi ho anche aggiunto un po’ di germogli di porro e delle fettine sotili di asparagi bianchi marinati con olio d’oliva e aceto di mele). piccola nota sulle patatine fritte: sono in sostanza sempre quelle di mio padre (cfr libro del cavolo :-) solo che stavolta siamo andati su una sezione esagerata di 13mm dietro dritte sentite alla tv belga non molto tempo fa, e va detto che così spesse non sono affatto male :-)

Secondo capitolo: gli asparagi bianchi, meglio se di Malines (o, più realisticamente, di Bassano :-)), anche se l’altro giorno ne ho acquistato di ottimisisme anche in francia (le vedete nell’ultima fotina del post di ieri :). Ovviamente non ho resistito a farli in versione à la flamande, con uove soda al burro e erba cipollina (al posto del prezzemolo :-), e poi già che c’ero ho fatto anche un giochino non proprio tradizionale confezionando una zuppa che sognava di essere un cappuccino, usando anche un po’ del formaggio di capra acquistato in Francia.

Cappuccino di asparagi bianchi e crottin de chavignol, per 4: pulire 300g di asparagi bianchi e tagliarli a pezzettini, sistemarli in un pentlino, aggiungere una piccola patata sbucciata, un 40g di crottin de Chavignol, 2dl di birra bianca e qb di acqua a coprire il tutto, e far cuocere per 20 minuti. Frullare, aggiustare il condimento, versare nei bicchieri. Infine, far schiumare un po’ di latte freschissimo (de la ferme) scaldato, prelevare la schiuma e distribuirla sulle zuppette.

Questi qui invece non sono per nient’affatto fiamminghi, solo che il caso ha voluto che inciampassi in dei panais, delle pastinache insomma (che in realtà si trovano anche a campo de’ fiori, sempre a prezzi proibitivi of course, altrove non li ho mai visti), la ricetta invece l’avevo adocchiata una vita fa su chocolate&zucchini, e finalmente l’ho potuta provare… :-)

Tortine di pastinaca & chorizo: sbucciare e grattuggiare grossolanamente 600g di pastinaca, farla cuocere in padella con un filo d’olio e un bicchierino di acqua per una quindicina di minuti. Sbattere poi 4 uova con 60ml di latte (in realtà ho usato del latte fermentato :-), aggiungere la pastinaca, 80g di chorizo tagliato a dadini piccolini e due cipollotti sottilmente affettati. Mescolare, aggiustare il condimento e versare in pirofiline leggermente unte. Cuocere il tutto a bagno maria al forno a 180° per una quarantina di minuti. Vengono dei ‘tortini’ (che dovrebbe essere un po’ delle frittatine ma che ci assomigliano tutto sommato poco) morbidi e deliziosi, e il contrasto fra l’impasto pastinacoso dolciastro e il chorizo piccantino è ottimo… :-)

Qua invece siamo di nuovo in Belgio, anzi, siamo a Falaen, uno dei tanti paesini di case di pietra grigia della zona dinentese. Ora, in sostanza, a Falaen c’è un chateau ferme dove si produce una birra che si chiama ‘Li Crochon (non chiedermi cosa significhi, io non parlo i dialetti walloni :-), e come spesso da queste parti, dove c’è birra c’è anche qualcosa da mangiare. Cosi la confraternità del crochon si è ‘inventata’ questo panino (non so se tradizionale o meno ma fatto sta che si fa solo li da loro…) che non ho nemmeno mai mangiato in loco e che però mi ha sempre incuriosito. Quindi ho provato a rifarlo. In sostanza, si tratta di un panino aperto, svuotato dalla mollica, farcito con un misto di formaggio prosciutto e panna, poi richiuso e passato al forno. Un tipica cosa belga pannosa e pesante, ça va sans dire, ma devo pure ammettere che il risultato davvero non era male :-)

Panini Li Crochon, per 6: aprire 6 panini (io qui ho usate delle mini baghettine tradizionali e dei pistolets ma pare che in realtà andrebbero usati dei panini tipo al latte), togliere la mollica e tenere da parte il coperchietto. Mescolare 200g di prosciutto cotto tagliato a dadini con 200g di formaggio tagliato a dadini (ho letto che molte ricette usano il brie, io ci ho messo del Gouda con i semini di senape, tié :-) e 2dl di panna fresca (ho aggiunto anche un poco poco di erba cipollina tritata). Mescolare e riempire i panini. Chiudere con il coperchietto e passare il tutto al forno a 180°C per un 15 minuti. Sevire con un’insalata e … una birra Li Crochon (hum :-)

E infine… qualcosa con lo speculoos (no, non ho ancora provato la pate de speculoos in compenso adesso so com’è nata, cioè in seguito a un concorso per ‘inventori’ in tv, lol :-)). Insomma, mi rimanevano delle fragole di Wepion (cfr post di due giorni fa ;) e cosi ho pensto a un triffle, una specie di dessert inglese che dev’essere in qualche modo imparentato con il tiramisu ( o la zuppa inglese, vai a capire…) solo che nel triffle ci può andare veramente di tutto e di più mentre diciamo che la struttura del tiramisu è un po’ più definita :-) Insomma, dolcetto improvvisato per un risultato molto, euh, belga :)

Triffle di fragole e speculoos, per 4 bicchierini: montare 2dl di panna fresca e incorporala, insieme a 50g di zucchero, a 250g di fromage blanc frais al 40%. Sbriciolare una manciata di speculoos, affettare delle fragole, e alternare nei bicchieri gli speculoos con la crema di fromage frais e le fragole. Tenere al fresco per un’ora prima di servire.

Categorie: A tavola

Dinant, ville sur Meuse

Mar, 25/05/2010 - 08:23

Certo che qua se qualcuno volesse prendersi la sbriga di fare uno studio psichanalitico in chiave bachelardiana della sottoscritta, ce ne sarebbe di materia (e l’avevo già suggerito tempo fa :-). Insomma, oggi vi presento l’episodo secondo della serie ‘dove nascono i cavoletti’ (part I era Oostende, puntata dell’anno scorso) e vabbe che c’ho messo 30 anni prima di rendermene conto però n’effetti, io sono cresciuta circondata di acqua… Quindi, non tanto per stare qui a fare la mia hagiografia però visto che qualcuno si era perso per strada: io sarei fiamminga, nata a Oostende (nelle Fiandre) e traspiantata a Dinant (in Wallonia) a 11 anni, sicché parlo fiammingo a casa ma considero il francese la mia lingua madre (ed era anche la lingua dei miei nonni ma vi risparmio questa parentesi senno finisce che vi ci perdete un’altra volta). Fatto sta quindi che a Dinant ci ho passato una decina di anni e se oggi ve ne faccio un breve topo è un po’ per piacere personale (nel ritrovarla), un po’ per velleità da ufficioperlapromozioneturistica :-P e un po’ perché come dice saggiamente la pubblicità, per sentirsi liberi bisogna avere radici :-) Beh ecco, dovesse mai interessare a qualcuno, un pezzo delle mie radici stanno qui, ancorate alle sponde della Meuse.

Dinant quindi. Famosa per la sua cittadella, la sua collégiale (la chiesa gothica), i suoi oggetti di rame, le sue couques, per alcuni sui nativi famosi (Adolphe Sax per esempio, l’inventore del saxofono, altri non pervenuti :-), per le acquarelle di Turner, e più generalmente apprezzata per le sue terrazze sul fiume e le gite in barca sulla Mosa, che è il fiume sul quale si trova e che ogni tanto riscambia i buoni sentimenti dei dinantesi allagando tutta quanto la vallata (il ché è sempre interessante quando hai casa in riva al fiume, diciamo che ne so qualcosa). Dinant ha poi due sopranomi, che sarebbe La Merveilleuse (credo venga dal nome di certe grotte turistiche che stanno li), e la città des Copères (il sopranome degli abitanti, relativo al fatto che sul finire del medio evo a un certo punto i borguignoni (quelli del boeuf dello stesso nome :-) qua amavano uccidere i residenti buttandoli, legati due per due, nel fiume, più realisticamente però copères potrebbe derivare da compère e indica semplicemente la forte impronta artigianale sugli abitanti della città). Cos’altro? Hmm, beh, gastronomicamente, c’è poco da segnalare (a parte una buona manciata di ristorantini turistici che servono patatine e cozze e qualche ristorante più serio che lavora i prodotti del territorio, a iniziare dalle trote, il prosciutto delle ardennes, il manzo nostrano, la cacciagione, la birra, e ovviamente i formaggi…) , se non la couque de Dinant che è identica spiaccicata a certi mostaccioli di miele e farina che fanno anche in Calabria, e la flamiche, una specie di quiche supercalorica fatta di uova panna e un certo formaggio incredibilmente puzzolente che fanno da queste parti e che non ho mai avuto il coraggio di assaggiare (se capitate a fine settembre potete anche assistere al concours du plus grand mangeur de flamiche, e fin qui la pagina delle attività culturali :-) Però appunto il vero lato interessante di Dinant se ne sta sul versante ambientale, perché è uno dei pezzi più belli e più integri della vallata della Mosa, e perché il comune è composto da una miriade di paeselli e frazioncine tutte verdi, tutte piene di case di pietra circondate da campi. Insomma, fino all’altro giorno per me Dinant era quel posto che non era la mia città, era bella si ma di quella bellezza che a forza di averla sotto al naso non vedi più, una classica cittadina un po’ turistica e sopratutto puttosto noioso, da cui ebbe inizio la grande diaspora (contando che quasi nessuno delle mie amiche di scuola è rimasta lì). Insomma, a Dinant c’erano (ci sono) i miei gentori. Fine storia. E poi però, son cose che capitano, sono tornata e forse per la prima volta da sempre, l’ho vista per quel che è: un enoooooorme vallata verdissima con un sacco di cose belle e ben tenute dentro, un aria pulita e una civiltà (nel senso ‘ordine’ e ‘organizazione’, insomma, in senso tedesco, eccoqua) direi notevole. Toh?! Persino la presenza dell’acqua mi colpisce più adesso che allora (eppure per anni la mia stanza dava sul fume, esattamente di fronte al Rocher Bayard, quella roccia appuntita in foto che non avrei proprio maaaaaaai pensato di fotografare un giorno). Un aspetto di Dinant però (oltre alla prossimità con l’acqua, e quindi anche con cigni, aironi, cormorani e, grande novità (?), bernaches du Canada) mi è sempre sempre piaciuta, ed è la perspettiva che se ne ha arrivando in treno o in macchina da Namur, da Nord insomma, seguendo la strada lungo il fiume, arrivando a Bouvignes, ad un tratto in lontananza si profilano le roccia, la punta scura della collégiale (la chiesa gothica), e le linee rigide della cittadella, ecco, quella veduta li, specie all’alba o all’imbrunire, l’ho sempre amato tanto, non so perché :-)

Lo dicevo prima, Dinant si trova nella vallata della Mosa, che si può seguire da Namur, e il mio pezzo preferito diciamo che va da Anhée, poco a nord di Dinant, fino a Hastières, una decina di km più a sud di Dinant: per strada si incontrano quantità di rocce enormi (mete di freeclimbers), qualche vecchio albergo che fa pensare al turismo dell’inizio novecento, e qualche castello come quello di Freyr che vedete più giù (in realtà in questa zona qui i castelli si trovano per lo più fuori dalla vallata, insieme ai più frequenti chateaux fermes, delle fattorie grandi e belle ma pur sempre fattorie (petra grigia d’obbligo), nella vallata stessa ci sono una serie di rovine e, nelle città ‘importanti’, delle cittadelle (più o meno tutte dovute a Vauban). E poi ovviamente ci sono un po’ di chiese romaniche in giro (oltre a dei veri e propri insediamenti romani dei quali però il più delle volte rimane poco o nulla).
[sotto: alcune vedute della mosa fra Dinant e Hastière]

[qui sopra: il castello di Freyr, e... un mazzettino di aglio orsino raccolto nel bosco li dietro :-)]

Lasciando invece la vallata della Mosa, un pezzo carino e interessante da fare è la piccola vallata della Molignée, un piccolo affluente della mosa che attraversa una serie di paesini carini e che va fino all’abazia di Maredsous (nota per la sua birra e il suo formaggio che si possono anche consumare in loco, se ci andate fate comunque almeno finta di visitare prima la chiesa, sta meglio :-)))

[sotto: fuori vallata della Mosa, le campagne circostanti e qualche dettaglio dell'abbazia di Mardesous ]

Di luoghi piccoli e grandi da visitare poi ce ne sono tanti, una cosa da segnalare su tutte è il sistema Ravel, che si trova un po’ in tutta la Wallonia: in sostanza è stato asfaltato il percorso della vecchia linea ferroviaria a uso di camminatori, ciclisti e cavalieri (personalmente non vedo l’interesse di andarsene a cavallo sull’asfalto anche perché di boschi e di campagne ce ne sono tanti, in compenso per la bici è per-fet-to), sicché il Ravel è un sistema ramificato di bellissime vie da percorrere, immerse nel verde e passando in luoghi stupendi, insomma, appuntatevelo per le volte che vi verrebbe da fare una vacanza nordica dedicata alla bici… :-))

[sotto: girando per le vie del Ravel fra Anhée e il fiume]

E infine, lo dicevo qualche giorno fa, il sud della provincia di Namur confina con una specie di enclave francese, cioè con il dipertimento delle Ardennes, per cui seguendo la Mosa per un 20km verso sud da Dinant, si finisce in Francia :-) I luoghi di per sé non sono bellllissssimisssimi, in compenso si annusa subito un’arietta decisamente française… (e andando ancora un po’ più a Sud si arriva a Charleville-Mézières, che sarebbe la città di Rimbaud :-)

più info…

Maison du tourisme de Dinant

L’ufficio belga per il turismo
Dinant su wikipedia

Categorie: A tavola

Rhubarbe fraise

Lun, 24/05/2010 - 08:04

Bene. Riepilogando: ho passato due giorni a Bruxelles, due giorni molto pieni, e molto belli, e profondamente intrisi di un mood surrealista alla belga (non so se riuscite a immaginarvi ma presentare il proprio libro a degli italiani che sono immigrati nel tuo paese mentre tu te ne stai nel loro beh, come dire, fa venire un po’ la vertigine :) Sono stati in ogni caso due giorni di chiacchiere, di scoperte, di nuovi incontri e ritrovi di quelli che ti fanno tenerezza e anche… di bel tempo :-) Magari lascerò qualche appuntino bruxellese più avanti, intanto ne approfitto per augurare ogni sorta di bene alle stupende ragazze di La vita è belga, e ai ragazzi di La Piola, e poi anche agli altri italiani finiti per un motivo o un’altro nella mia città… :-)

Dopo Bruxelles poi, sono andata ‘a casa dei miei’, a Dinant. E difficile da raccontare, mancavo da anni, anzi, è un luogo quello dove sono cresciuta in parte e che dove dai tempi dell’università non riuscivo a sostare piu di due giorni di seguito prima di scappare via. Ho ritrovato dei paesaggi verdissimi, bellissimi, un’aria profumosa, l’acqua del fiume fascinosa, un cielo blu carico e su tutto, un ritmo tranquillo, sereno, lo stesso identico che anni f non faceva per me. Humm. Un po’ come dire che niente mai si risolve, e che le soluzioni in fin dei conti sono sempre più temporanee di quel che si crede. Chiamiamola la crisi d’identità dell’emigrato va… :-) In ogni modo, prima o poi (direi più prima che poi visto che fra un paio di giorni sarò di nuovo dall’altra parte dello specchio) vi farò vedere un paio di vedutine del mio chez moi, nel mentre però avevo appuntamento in cucina, con il rabarbaro (appositamente apparso nell’orto di mio padre l’anno scorso, causa ‘ammiafigliapiacetanto’).

Non so se devo ancora spiegare qualcosa del rabarbaro, insomma, mi par di capire che in alcune parti nordiche d’Italia c’è, e del resto ne avevamo già glosato abondantemente qui un po’ di tempo fa. Il rabarbaro va bene con diverse cose ma uno dei suoi abbinamenti feticci si fa con le fragole, e fra il rabarbaro dell’orto e le fragole di Wepion, famosisssssime e coltivate a pochi passi da casa mia, beh, diciamo che la strada era tutta tracciata. In più c’era in frigo una buona scorta di panna e burro francesi (aaahhhhhhh… non so se lo sapete ma da qui la frontiera francese dista 15km), e cosi fra una cosa e l’altra, il primo giro di rabarbaro è finito in crumble e pannacotta (cacciate l’italianitudine dalla porta e torna dalla finestra… :) Due mezzi appunti: per il crumble mi sono ispirata a una ricetta di Smitten kitchen (nel senso che l’ho letta e poi ho fatto a occhio :-) che però trae spunto da una cosa che avrebbe fatta la Nigella, da qualche parte, ovvero: hanno aggiunto del lievito per dolci nell’impasto da crumble. Vi dirò: non ci avevo mai pensato e non è affatto scemo, anzi, in questo modo il crumble viene un filo piu leggero e più croccante. In piu mettono anche un po’ di fecola di mais nella frutta (ho diminuito drasticamente le quantità però la cosa in effetti ha un suo senso).

Crumble di rabarbaro e fragole. Lavare tre coste di rabarbaro e una quindicina di fragole (insomma, abbastanza per riempire una teglia, la mia era di 22cm diametro), tagliare il tutto a pezzettini e sistemare in una teglia (da crostata o da forno) leggermente imburrata. Aggiungere il succo di mezzo limone, due cucchiai di zucchero e un cucchiaio di fecola di mais, dare una buona mescolata. Per le briciole: mescolare 100g di burro fuso con circa 130g di farina, 3 cucchiai di zucchero di canna, un cucchiaio di zucchero vanigliato, una presa di sale e una punta di lievito per dolci. Lavorare con un cucchiaio (e aggiungere farina) finché il composto non diventi grumoso). Sbiciolare l’impasto sopra la frutta e infornare il tutto a 170°C per una cinquantina di minuti o finché la superficie del crumble non sia dorata. Servire tiepido con un bel cucchiaio di crème fraiche épaisse (del tipo che a Roma non lo trovo mai), altrimenti con del gelato alla vaniglia.

Pannacotta rabarbaro, fragole e arancia. Portare a ebollizione 25cl di panna fresca con 25cl di latte intero (nel mio caso, latte fresco dalla fattoria qui vicino :p), un cucchiaino di estratto di vaniglia e 50g di zucchero. Spegnere e aggiungere due foglioline di gelatina ammollata in precedenza (andrebbe benisismo anche l’agar solo che ancora non sono arrivata a portarmelo in viaggio :-), mescolare e versare in 5 bicchierini, far rassodare al fresco per un paio di ore. Poi tagliare a pezzettini una costa di rabarbaro e 6 fragole, sistemare il tutto in un pentolino insieme al succo di un’arancia e un cucchiaio della sua buccia grattuggiata. Aggiungere due cucchiai di zucchero, portare il tutto a ebollizione e lasciar cuocere per 5 minuti. Passare al frullatore e aggiungere infine una fogliolina di gelatina. Versare sulla panncotta rappresa e tenere il tutto al fresco per due ore prima di servire.

Categorie: A tavola

Zuppa di miso (e vongole)

Mer, 19/05/2010 - 03:35

Comunicazione di servizio
Volevo giusto segnalare al volo, per tutti colloro che si troverebbero attualmente confinati in quel di Bruxelles, che domani giovedì sera, alle19h, facciamo una delle nostre ormai consuete puntate chiacchiericcio/aperitivo/libreschi, insomma: Presentazione del libro del cavolo in patria, sissignori, presso la libreria enoteca La Piola, appuntamento organizzato da La vita è belga (continuo a trovarlo geniale il nome, scusate se lo dico :), neonata associazione culturale belgoitalica. Sarà presente la sottoscritta e ci saranno anche, in mezzo a molte cosettine da spizzicare (pazientemente curate dalle ragazze della Vita è belga), i favolosi salami piemontesi di Beppe Dho, un intera forma di Asiago (di 15kg, venite a digiuno!! :) gentilmente mandatoci da Levàa, il cui sito vi invito caldamente a scoprire (anche perché il progetto è bellllissimo :P) e infine, la goccia evergreen siciliana che sta agli incontri cavolettosi come il chanelnumerocinque sulla Monroe al risveglio: l’olio d’olive exxtravergine di Pianogrillo. Insomma, ho detto, ci vediamo li!! :)) Vabbe’, questo detto… Oggi cercheremo di rispondere alla seguente domanda (cerco di riportarla qui come mi è stata riferita :P): come si fa quella zuppetta giapponese, massì dai quella li che sembra acqua sporca, che te la danno sempre al sushi bar, con delle cose che galleggiano dentro? :)
L’acqua sporca in questione si chiama miso shiru, zuppa di miso insomma, e se siete avete messo piede almeno una volta nella vita in un qualche ristorante giapponese (persino se era solo un cinese cammuffato), è molto probabile che l’abbiate già assaggiata (in una versione più o meno tarocca, specie se eravate appunto da cinesi senza veramente saperlo :). Tanto per rispolverare un attimo i basics (eheheh, pensavate che vi foste liberati del Giappone eh, que nennì! :): il miso essendo la pasta fermentata di fagioli di soia, qui in sostanza il miso (che può essere rosso, bianco, nero, con grana più o meno fine, sono tante le varianti e vanno bene in fin dei conti un po’ tutte, anche se io in genere lo preferisco bianco e nontroppo granuloso) viene fatto sciogliere in brodo dashi (il famoso brodo base della cucina giapponese dal delicato saporino affunicato e marino che si fa con alga kombu e scaglie di katsuobushi, ovvero sgombro affumicato e essicato, o piu comodamente con un po’ di brodo dashi granulato che basta sciogliere in acqua).

Altre componenti indispensabili: l’alga wakame (che si trova secca, in bustina, basta buttarla nel liquido bollente che in pochi minuti si reidrata e diventa pronta al consumo) e infine qualche fettine di cipollotto fresco. Per il resto si può customizzare a piacere: pezzetti di tofu, un paio di vongole che basta far cuocere per poco nel brodo bollente (come ho fatto in questo caso), un paio di shitake secchi reidratati, o persino dei pezzettini di fu (glutine, un po’ come il seitan) desidratato, che anche lui si reidrata nella zuppa (esistono persino a fiorellini firmati hello kitty :) Insomma, questo è un po’ l’identikit della zuppa di miso, che fra parentesi esiste anche in bustine già pronte, ma sinceramente cucinarla da sé è talmente scemo e veloce che non vedo proprio a cosa possano servire le bustine (che fra l’altro da queste parti costicchiano), anzi, è persino capitato che la sottoscritta andasse in viaggio con suo barattolino di miso e qualche bustina di dashi granulato in tasca in modo da farsi il miso in tazza con il primo bollitore che si presentasse. Quindi, consiglio esotico del giorno: alla prosisma occassione, arrufate un barattolodi miso dal naturasi, procuratevi del dashi in bustine, e sperimentate questa zupetta che, ve lo giuro su quel che volete, è una delle cose più buone che ci siano al mondo. Eh che volete, c’è gente che va avanti a sostanze più o meno illecite, e c’è chi si fa le zuppette giapponesi :)) Ah, dimenticavo, le proporzioni: sarebbero circa 800ml di dashi (quindi grosso modo 800ml di acqua con 3 o 4 cucchiaini di dashi in polvere) per 3 cucchiai di miso, in realtà, varia un po’ anche in funzione del tipo di dashi e di miso che state usando, dovete azzeccarla un po’ voi, mescolando e assaggiando e aggiustando la cosa alle vostre personalissime preferenze. Da mettere in ogni caso d’urgenza sulla lista delle cose da cucinare, prima o poi!! :)
Categorie: A tavola

Julia Child’s Boeuf bourguignon

Dom, 16/05/2010 - 12:53

Ebbene si, alla fine ho visto anch’io Julie&Julia. Cosa pensarne non mi è stato poi tanto chiaro, diciamo che complessivamente il film era carino, specie se con la cucina hai a che fare al quotidiano e in un modo più o meno ossessivo: ho sorriso, ho riconosciuto alcune situazione e misconosciute altre (e a chi mi ha detto che quel film gli faceva tanto pensare a… me? beh, devo dire che li dentro manca una dimensione enorme che lascia un vuoto altrettanto considerevole: non c’è fotografia :), però nell’insieme è stato una visione divertente :) E, beh, questo quadro di donne d tempi diversi che sono alle prese con dei libri (di cucina e non perché in fondo il blog di Julie Powell non era un blog di cucina…) e delle passioni, in qualche modo aveva anche diverse résonnances nella mia vita del momento :). Ma la cosa davvero più divertente di Julie&Julia sono stati gli effetti collaterali del film. Perché senza farlo di proposito, un’oretta dopo aver visto il film stavamo già sul divano a guardare su youtube i filmati della vera Julia Child, perplessi per la sua vocina stridente mai sentita prima, per quel delizioso style anni 70 di molte delle sue puntate e per quanto fossero precise e studiate le indicazioni che dispensa spesso con nonchalence. E ridendo quando molto delicatamente scaraventava la padella che aveva in mano nel decoro dello studio di registrazione (cosa che mi ha immediatamente fatta pensare al swedish chef del muppet show e infatti, ho poi scoperto, quel personaggino li è ispirato proprio alla Julia Child, ecco perché… :). Insomma, ho scoperto che è divertente guardare le puntate della Child vera (quelle più datate però, quelle piu recenti diventano man mano più triste, insomma, a un certo punto forse poteva anche prendersi la benmeritata pausa pensione, hum…), anzi, fa pensare perché ecco, una volta in tivu chi parlava di cucina sapeva anche cucinare, e anche molto bene, cosa che non sempre è vera oggi, insomma, i tempi cambiano…

In realtà, però, più seriamente, per un attimo ho anche pensato di ordinare Mastering the art of french cooking (fra l’altro molto ben pubblicizzato anche di questi tempi in rete sui siti libreschi italiani, grazie al film), poi ci ho ripensato. Non so se ha poi veramente senso, per me o per voi, affidarci a Julia per andare alla ’scoperta’ della cucina francese, cioè, voglio dire, per noi la Francia è la porta accanto, i ricettari francesi li abbiamo già, i cuochi che hanno viaggiato anche, insomma, per noi la Francia non è esotitica ed estranea quanto lo poteva essere, trent’anni fa, per un’americano… Ciò detto, almeno da quanto si vede nel film, sembra che la Child abbia fatto davvero un lavoro (o un apprentissage) molto accurato, per cui prima di parlare bisognerebbe provare. E siccome un’altro effetto secondario del film è stata la voglia folle di fare il boeuf bourguignon (piatto che non avevo mai fatto prima per il semplice motivo che in fondo quello è su per giù la versione borguignona delle carbonnades à la flamande e che chiaramente, a scegliere fra i due, io mi sono sempre orientata sul primo), beh, non restava che provare… :)

L’avventura bourguignon inizia quindi sabato mattino, sotto il cielo terso, mentre uscivo a comprare la carta da forno. Non so che mi ha presa ma credo complice il tempo, mentre spingevo il portone di casa ho deciso che era venuto il momento di farlo sto benedetto stufatino in cocotte, e cosi sono passata anche dal macellaio, dove si è svolta una scena del tutto surreale (per lo meno per chi ha visto il film…), nel senso che ho chiesto il manzo che mi serviva per lo stufato ed è seguito questo scambio di battute… (giuro che non me lo sto inventando :)
- E cosa ci cucini con il manzo?
- Beh, faccio il boeuf bourguignon (avrei anche aggiunto, sullo slancio, ‘è una ricetta di Julia Child!!’ ma stavo già iniziando a sentirmi ridicola… :)
- Borghignon’…? ma non serve la carne tagliata a pezzettini piccoli piccoli??
- no, mi serve un pezzo grande, devo ritagliarci dei dadi grandi, forse lei stava pensando alla fonduta bourguignonne, quella con l’olio e i pezzettini di carne piccoli? io invece faccio uno stufato…
- Ahh, non è quella cosa con l’olio che ci friggi la carne?…
- Euh, no, non è quella, il boeuf bourguignon uno stufato, con il vino … :)

Ciò detto, la ricetta… (ve la riscrivo qui brevemente, per recuperare il testo originale basta fare una ricerca google :).

Tagliare 160g di pancetta a bastoncini e farli bollire in un pentolino con dell’acqua e un pezzetto di cotenna per 10 minuti. Versare un cucchiaio di olio d’oliva nella vostra cocotte preferita, e farci cuocere i pezzettini di pancetta finché diventino croccanti. Toglierli e far dorare i cubi di manzo (ho preso 1kg di noce di manzo, tagliata poi cubi di circa 5×5cm) su tutti i lati. Mettere da parte la carne insieme alla pancetta e far dorare del grasso avanzato una carota e una cipolla, tagliate grossolanamente. Infine, rimettere la carne e la pancetta nella cocotte, salare e pepare e cospargere con due cucchiai di farina. Sistemare la cocotte al forno a 230°, senza coperchio, e lasciar tostare la farina per un 10 minuti, rimescolando il tutto a metà del tempo. A questo punto, versare, nella cocotte cioè sulla carne, mezzo litro di vino rosso più quanto basta di brodo di manzo in modo da coprire appena la carne. Aggiungere un cucchiaio di concentrato di pomodoro, un rametto di timo e una foglia di alloro, due spicchi d’aglio schiacciati e la cotenna sbollentata in precedenza. Portare a ebollizione sul fuoco, poi coprire con il coperchio e infornare in modo che continui a cuocere piano (da qualche parte fra 110 e 120°C) per 3 ore. Infine, pulire 400g di funghi champignon e tagliarli a metà, farli saltare in padella con un cucchiaio di burro per qualche minuto poi tenerli da parte (in realtà nella ricetta entrerebbero anche dei cipollotti, una ventina, anche loro cotte a parte con un po’ di burro e di brodo, solo che sabato mattina non sono riuscita a trovarle. beh… :). Quando sarà pronta (e quindi tenerisisma) la carne, ripescarla dalla salsa insieme ai pezzettini di pancetta, e passare tutto il resto della salsa al colino. In un pentolino, portare la salsa ebollizione e lasciarla restringere sul fuoco per un paio di minuti o finché abbia una consistenza da… salsa :) Nel mentre lavare la cocotte, rimetterci la carne, aggiungere i funghi e versare infine la salsa. Riscaldare il tutto e servire cosparso con un po’ di prezzemolo tritato.
Potete accompagnare il oeuf bourguignon con più o meno qualsiasi tipologia di patate, tanto per variare ho provate le patate Hasselback: sbuccire le patate e inciderle sottilmente a fettine sensa tagliarle del tutto, disporre le patate in una pirofila unta e far cuocere per 30 minuti a 230°C, sfornare, aggiungere su ogni patata un po’ di pangratatto, un po’ di sale, un fiochetto di burro e un’idea di parmigiano grattugiato, e rimettere al forno per 15/20 minuto o finché le patate non siano dorate. Servire calde.

E alla fine della fiera? Beh, il boeuf bourguignon è una preparazione che da molto molto soddisfazione (anche senza cipollotti, grmpf :), intanto il passaggio delle cottura al forno è magico, ogni tanto passi, sbirci sotto il coperchio e li dentro gli ingredienti sono occupati a sobbollire lievemente, distillando dei profumi stupendi, un piccolo miracolo di lentezza… Poi, la carne viene tenerissima e l’insieme è profumato, voluttuoso, insomma, molto convincente, e le indicazioni di Julia (specie nei particolari come il far bollire la pancetta prima, la tostature della farina al forno e anche semplicemente la cottura in cocotte chiuda a bassa temperatura), sono tutte molto valide. Insomma, quasi quasi che vado anch’io alla riscoperta della cucina francese via l’America… :)
Oh, quasi che dimenticavo: Bon Appétit!!! :)

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Fagiolini, patate, sesamo e internet

Ven, 14/05/2010 - 11:03

Oggi puntata supersonica per dirvi sostanzialmente due cose:
1) la mia verdura della settimana è, senza nessun tipo di contestazione possibile: i fagiolini! Al momento sono fantastici, freschi, croccanti, senza fili, saporiti, insomma, una goduria, ricordatevene quando domani andrete a fare la spesa :) Utilizzi possibili: beh, visto che son cosi buoni io non faccio che lavarli, tagliuzzarli (con le forbici, è comodissimo e si fa prima :) a pezzettini, sbollentarli velocemente e passarli poi sotto l’acqua fredda in modo da tenerli verdi e croccanti. Quindi: insalate (testato l’altro giorno con iceberg, pollo, miele, senape all’ancienne e parmigiano, una specie di Ceasarsalad poco ortodossa ma molto buona :) e ovviamente (la cena di ieri sera) pasta con fagiolini, patate e pesto (in cui i fagiolini e le patate, a pezzettini piccini, si fanno cuocere pochissimo, e il pesto ovviamente si fa il casa, col frullatore, in 10 secondi :)). Insomma, ultimo episodo fagiolinoso: fagiolini, patate e una salsa al sesamo molto giapponese (la volete provare però per favore prima di storcere in naso? grazie! :). Ricetta per la salsina: in un pentolino, mescolare 80ml di acqua con 3 cucchiai di zucchero di canna, 4 cucchiai di salsa di soia, 2 cucchiai di aceto di riso (o di mele, senon lo avete di riso) e 3 cucchiai di tahini (la crema al sesamo araba che bisogna avere sempre in frigo peril semplice motivo che è uno degli ingredienti di base del hummus, il salva aperitivi e cenette per eccellenza :). Far scaldare leggermente in modo da far sciogliere tutto. Poi lasciar completamente raffreddare, e servire sui fagiolini. Un delirio :) ps. nella versione originale nipponica ovviamente non ci va lil tahini bensi il sesamo tostato e passato al mortaio… ma dicevamo che avevamo poco tempo ecc… :)

2) Tutto quello che avete sempre voluto sapere sul cavoletto* ( * ma non avete mai osato chiedere): stasera dalle 21h all 22h starò a casa, davanti al mio computer, a rispondere in video alle vostre domande. Trattasi di uno degli appuntamenti educascional di Oilproject, dedicati a Internet e progresso, e in sostanza la lezione/puntata la fate voi, io sono a disposizione :) Per chi vuole, appuntamento alle 21h, qui.

2b) Allez, oggi la facciamo due per il prezzo di uno, potete anche sbirciare la mia playlist rubata sul blog dei Musicomani :)

Categorie: A tavola

Linguine, acciughe, limone e bufala

Mer, 12/05/2010 - 10:30

Ultimamente osservo in seno alle mie personalissime voglie mangerecce il seguente interessante (almeno per me :) fenomeno: sembra che più cucino robe dolci (e i 4 primi capitoli del libro sono tutti dolci, uhps… :) più mi aumenta, proporzionalmente, il desiderio di cibi decisamente salati, pungenti, acidi, o tutte quante queste cose contemporaneamente. Per dire, mi sono persino messa a aggiungere il peperoncino sulla pasta al sugo della domenica (rob de matt’!!??). E ho detto tutto… Così, fra una sfornata di biscottini e l’altra, uno dei recenti pranzi veloci è stato questo abbinamento qui nato, come spesso, mentre stavo chiacchierando con il mio salumiere. In sostanza l’occhio mi è cascato su quella grossa latta un po’ retro delle acciughe salate (avete presente no?), che fra l’altro non compro mai, non so perché (e dopo l’uso devo confessare che a usarle in questo modo sono meglio delle triste acciughette che si trovano in scatola), insomma, li vicino c’era anche un treccione fresco fresco di mozzarella di bufala e così è finita che cucinassi qualcosa che è un po’ a metà strada fra questo e questo (e confermo che l’abbinamento continua aessere uno dei miei preferiti :).

La ricetta sciuésciué: far sciogliere in padella le acciughe con un cucchiaio di burro (o di olio d’oliva, nella versione eretica :), a fuoco pianissimo. Cuocere la pasta, scolarla, riversarla in padella, aggiungere un bel po’ di buccia di limone grattuggiata, dare una mescolata e infine, fuori fuoco, aggiungere della mozzarella di bufala a dadini. Distribuire la pasta nei piatti, aggiungere un po’ di pepe nero macinato, e via… :)
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Popovers with strawberry and orange butter

Lun, 10/05/2010 - 08:04

Hmm, allora, da dove iniziare? Un po’ di notizie dal fronte?? Beh, ecco, non sono morta (manca poco), invece oggi inizio la terza settimana di lavoro al prossimo libro, ovvero, negli ultimi quindici giorni ho praticamente chiuso due capitoli e cucinato, testato, ritestato, fotografato 34 ricette. Il che di per sé non è nemmeno enorme, ma quando ti ostini stupidamente a fare il onemanshow (dalla spesa alla cucina passando per lo styling, le luci, la scrittura e ovviamente il lavaggio dei piatti), beh, un po’ lo è. Al punto che mi sto chiedendo se non sarebbe ora di iniziare una cura vitaminica di quelle violenti perché pensare che siamo ’solo all’inizio’, beh, non è che sia proprio il massimo del conforto morale :) Per farvela breve, al momento non ho ne tempo ne sopratutto energia per cucinare molto più di quanto programmato (non siamo ancora alla dieta ‘pizza al taglio’ ma manca poco anche per quello :) per cui direi che questo blog andrà un po’ cosi, al rallentato, per i prossimi tempi, anche perché la sera mi addormento davanti ai vecchi episodi di ncis (ci eravamo già bruciati tutto l’archivio di dr house in Giappone :) come una pera cotta e così, il blog se ne rimane un po lì, cioè qui… (ma sono ottimista, con l’avanzare dei capitoli dovrei andare più veloce e poi verso fine maggio c’è anche un break programmato, non vedo l’oraaaaa :)). In compenso sto guadagnando un sacco di cavolopunti presso amici e commercianti del quartiere a furia di distribuire i risultati dei miei cucinamenti (sotto il motto ‘levatemi sta roba dalla cucina che non la posso più vedere’ :), insomma, uno si prende le soddisfazioni che può :) Fin qui il paragrafo di autocommiserazione (’che s’ha da fa’ per campa’, e anche ‘hai voluto la bicicletta ecc’), mi sento già meglio ora che mi sono potuta sfogare :)

Veniamone piuttosto alla ricetta di oggi: Cos’è sta roba?? Beh, ecco, vi dirò che non ho mai visto un popover autentico nel suo habitat naturale, l’avevo solo sentito nominare un paio di volte, cosi come anche il suo cuginetto il ‘yorkshire pudding’, indissociabile dell’english roast, e di per sé ovviamente mi stava simpatico già solo per il nome, e poi mi incuriosiva sta cosa della pastella che gonfia gonfia gonfia e collassa per formare una specie di panino bignettoso da accompagnare a cose dolci o salate… Insomma, l’altro giorno dietro segnalazione amica sono finata sul blog di Sweet Paul (me lo presentavano come bravo foodstylist, vi dirò, preferisco Adam Pearson e anche di gran lungo :), dove però era stato postata di recente questa ricetta del popover con il burro di fragole, tipica, pare, di un caffè americano che si chiama, appunto, popover. Poi però, girando nella rete, non ti scopro che di popover ce n’è pure da David Leibovitz e persino, ultimo post, su Delicious Days? Insomma, tutti pazzi per il popover, ultimamente, sembra… :)) In ogni caso, io li ho fatti per la colazione della domenica (l’unico momento in cui non avevo altro da cucinare, eheh :) e devo dire che sono davvero divertenti e scemi da fare, e poi sopratutto che non sono affatto malvaggi, insomma, mi sembra un’ottima cosetta da colazione del weekend (anche perché ho come l’impressione che questi vanno consumati caldi all’uscita dal forno :)

Popovers con burro alle fragole e arancia

per una teglia da 6 muffin

latte fresco 240ml
farina 120g
uova 2
sale una presa

per il burro alle fragole

burro 200g
zucchero a velo 40g
fragole una decina
la buccia grattugiata di un’arancia
una punta di sale

Per il burro: frullare brevemente il burro morbido insieme allo zucchero, il sale, la buccia e le fragole lavate e tagliate a pezzettini. Riporre il tutto al fresco e lasciare rapprendere un po’ prima dell’uso.
Per i popovers: Sbattere leggermente le uova alla frusta, aggiungere il latte e mescolare bene, e aggiungere ifìnfine la farina e il sale e sbattere fino a ottenere un omposto liscio(il tutto ci metterete un minuto, non ci vuole niente :). Lasciar riposare il composto (che assomiglia a una pastella da crepes) per un’oretta a temperatura ambiente, poi versarlo in una teglia da muffin leggermente imburrata, riempiendo completamente ogni buchetto da muffin (con questa quantit di pastella sono riuscita a riempirne esattamente 6). Infornare a 220° C per 40 minuti, abbassando il forno a 180°C negli ultimi dieci minuti di cottura. Sfornare, lasciar riposare qualche minuto e sformare i popover. Servire caldi con il burro di fragole (o con della marmellata o quel che volete).

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Categorie: A tavola